Negli anni Sessanta la ricerca era nel nostro Paese parte integrante e rilevante del processo di crescita. Giulio Natta aveva ottenuto il Nobel per la chimica, Daniel Bovet e Francis Crick, altri premi Nobel, trascorrevano lunghi periodi di lavoro in Italia. L'industria del farmaco prosperava sulle scoperte di antibiotici e l'Olivetti era modello industriale e culturale a livello mondiale.

Questa visione negli anni è venuta meno: nei fatti la ricerca non è più considerata una priorità del nostro Paese, ricerca pubblica e sviluppo industriale nei fatti procedono su binari separati. Non esiste una politica d'identificazione e sostegno a settori strategici: clamoroso è il caso delle scienze della vita, e delle biotecnologie in particolare, un settore meta-industriale che interessa la salute, l'agroalimentare e moltissime altre applicazioni come l'ambiente, la chimica e la green economy. In questo campo abbiamo eccellenti centri di ricerca pubblici e privati, e un'industria che nell'ultimo decennio è salita fino al terzo posto in Europa per numero di imprese dedicate. Eppure il Piano Industria 2015 ha ignorato le scienze della vita e nei Progetti Bandiera del Miur le biotecnologie contano per meno di 100 milioni su un finanziamento totale di 1,7 miliardi di euro.

Come cambiare il nostro bagaglio culturale e le nostre strategie, per tornare a presidiare tutti i settori ad alta tecnologia e ad elevato valore aggiunto, con imprese di dimensione adeguata e ricche di conoscenza e talenti? Innanzitutto nessun aiuto, nessun finanziamento a enti pubblici o privati, imprese incluse, senza procedure trasparenti di valutazione ex ante ed ex post. Per la ricerca pubblica e privata occorre adottare subito le linee guida europee sul peer review e implementare rigorose e snelle procedure, eliminando l'eccesso di burocrazia. Dobbiamo riconoscere lo status di Piccola impresa innovativa, la Pmi che "vive" di investimenti in R&S e costituisce il motore trainante del processo di innovazione e della sua trasformazione in prodotto. Questa, come avviene nel resto d'Europa, va aiutata con credito di imposta - stabile, certo, senza meccanismi di prenotazione che cancellano il merito -, deduzione degli investimenti e delle spese per la ricerca, riportabilità illimitata delle perdite fiscali negli esercizi futuri, agevolazioni fiscali per favorire investimenti finanziari.

Anche qui sono necessarie regole chiare, trasparenti e definite nel tempo, procedure amministrative efficienti e specifici fondi nazionali per i settori trainanti, in grado di intervenire nel capitale delle piccole imprese supportandone la crescita. Per partecipare pienamente ai progetti europei è necessario che anche in Italia si applichino i princìpi di costruzione dell'European research area, che sono alla base di molti finanziamenti su fondi della Commissione. Infine, dobbiamo riconoscere il valore dei prodotti innovativi quando arrivano sul mercato, perché la capacità delle nostre imprese di investire in ricerca si tutela anche garantendo loro la possibilità di avere adeguati ritorni sui prodotti che sviluppano.

Oggi, nel mondo globale, la sfida si chiama innovazione, ricerca, competitività. È una sfida che riguarda tutti: il rinnovamento scientifico, tecnologico e industriale è la miglior risposta alla crisi economico-finanziaria come alla crisi di fiducia che investe in modo particolare in questo momento l'Eurozona. E non lo diciamo noi, ma da anni lo va ripetendo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

(*) presidente di Assobiotec
(**) direttore del Dipartimento di Scienze della vita del Consiglio nazionale delle ricerche


Fonte: Il Sole 24Ore