Nel Global Entrepreneurship Monitor il ritratto di un Paese bloccato dalla paura di fallire. Lunedì la presentazione a Padova.

L'Italia è ancora un Paese in grado di far gemmare imprese? «Gemme d'impresa» si terrà il 28 aprile alle 17.30 al Centro Culturale Altinate San Gaetano, a Padova. L'evento sarà anche l'occasione per presentare ufficialmente il National Report of the Global Entrepreneurship Monitor (GEM), la più vasta ed importante ricerca sull'imprenditorialità a livello globale. A confrontarsi: Katia Da Ros, Vice-President di Irinox Spa e Irinox Usa; Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera; Francesca Lotti, dipartimento Ricerca Economica Banca d'Italia; Francesco Profumo, Politecnico di Torino. Intervistati da: Nicola Farronato, Founder and CEO, MySmark Srl; Luca Ravagnan, Founder and CEO, WISE Srl; Matteo Villa, Founder and CEO, Microlife Srl. Iscrizioni u www.rieforum.org/gem, informazioni 049 8276711.

Il Global Entrepreneurship Monitor (GEM) è la più vasta ricerca sulla creazione di nuova impresa a livello mondiale, con 70 paesi coinvolti che producono il 90% del PIL globale. Cosa offre? Uno spaccato del fermento imprenditoriale nei vari paesi e la possibilità di fare confronti. Il principale parametro misurato è la Total Entrepreneurship Activity (TEA) ovvero la percentuale di popolazione (di età compresa tra 18 e 64 anni) che ha attivato un’impresa da non più di tre anni e mezzo o ha intenzione di farlo. Nel 2013 solo il 3,4 % della popolazione in Italia si trovava in questa condizione (era il 4,3% nel 2012). Sensibile il divario di genere (4,8% per gli uomini e 2,1% per le donne). Fermento imprenditoriale molto basso se si considera che l’Unione Europea (a 28 Paesi) ha una media dell’8%. Il divario è ancora più consistente rispetto ai capifila del gruppo di Paesi con un’economia basata sull’innovazione (Stati Uniti 12,7% e Canada 12,2%) gruppo in cui è inserita anche l’Italia. Intraprendere un percorso imprenditoriale è percepito come una buona opportunità (più che in altri Paesi) ma la paura di fallire è un freno molto potente. Teme il fallimento più del 62% delle donne e il 53% degli uomini. Tra i 28 Paesi dell’Unione l’Italia ha uno dei valori più bassi di opportunità imprenditoriali percepite (17%) rispetto ad una media Europea del 29%. Sta veramente peggio solo la Grecia (13,5%). Ma anche la percezione di avere sufficienti capacità imprenditoriali è molto bassa. Solo il 29% della popolazione ritiene di essere in grado di intraprendere una nuova attività contro una media europea del 42%. Preoccupa la perdita di posizioni dell’Italia rispetto ai Paesi con economie dalle dimensioni simili (Regno Unito, Germania, Francia in ordine di fermento imprenditoriale).

Ma anche la qualità dell’attività imprenditoriale. Per esempio solo il 18,4% di chi è in fase di creazione di nuova impresa pensa di cogliere delle reali opportunità invece di avviare l’attività per necessità (caratteristica questa dominante nei paesi meno evoluti). La vitalità imprenditoriale non si esaurisce con le fasce d’età giovani ma rimane elevata per le fasce successive e mantiene vigore anche dopo i 55 anni. Nella fascia 35-44 si concentra il 32,87% della nuova imprenditorialità, nella fascia 45-54 il 23,3% mentre il 13,7% sta nella fascia 55-64. è interessante anche osservare l’evoluzione della imprenditorialità early stage in Italia dal 2001. Si evidenzia un relativo forte impulso nella percentuale di imprese nascenti negli anni 2001 e 2002. Dopo una ripresa negli anni 2004 e 2005, che produce un picco intermedio al 5%, nel 2007 si registra invece un deciso arretramento nella propensione a fare impresa con un minimo toccato nel 2010 (2,3%). Da cosa dipende tutto ciò? GEM prevede di coinvolgere un certo numero di esperti, in vari settori, per valutare i fattori abilitanti l’attività di creazione di nuova impresa in ciascun paese. I singoli elementi sono raggruppati in categorie tra le quali: il sistema finanziario e del credito, le politiche governative, i programmi di sostegno all’imprenditorialità, l’istruzione e l’università, il trasferimento tecnologico, le infrastrutture fisiche e commerciali, l’apertura del mercato interno, gli aspetti sociali e culturali.

Un dato su tutti: gli interventi di policy non sostengono adeguatamente l’imprenditorialità e non sono applicabili in modo prevedibile e coerente. Fronteggiare la burocrazia, le regole, le licenze è piuttosto difficoltoso per le nuove imprese. Quest’ultimo, fra tutti, è il fattore che più rende difficile la creazione di impresa in Italia rispetto agli altri grandi Paesi europei. In sintesi GEM aiuta a capire perché la nuova imprenditorialità e la creazione di nuove imprese sta diventando un importante vantaggio comparato per i Paesi e in questa particolare classifica l’Italia ricopre posizioni molto basse da anni. Le condizioni non favorevoli rendono più difficile soprattutto la nascita di nuove imprese in settori ad alto valore aggiunto, e valori molto bassi nella propensione a creare impresa in questi settori non possono che avere riflessi pesanti su un orizzonte di tempo sufficientemente lungo.

 

Fonte: Corriere della Sera-Innovazioni