Unica presenza femminile ai vertici Istat, è alla guida del dipartimento Statistiche sociali: oggi snocciola cifre e letture dei dati in un'ottica di genere. Il gap occupazionale con gli uomini e la necessità di scardinare il 'breadwinner' sulla rigidità dei ruoli sono al centro della sua visione. Con un plauso alle quote: "Utili a rompere il monopolio maschile".

 E' capo del dipartimento Statistiche sociali e ambientali dell'Istat e ora anche del dipartimento per i Censimenti e gli archivi amministrativi e statistici: unica donna ai vertici dell'Istituto.Linda Laura Sabbadini, classe 1956, dice di adorare il suo lavoro, e nel 2006 è stata scelta dall'allora capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, per essere insignita - era l'8 marzo - dell'onorificenza di commendatore della Repubblica in virtù del ruolo particolarmente innovativo svolto nel campo delle statistiche sociali e di genere. Fa parte di gruppi di alto livello e di centri di eccellenza dell'Onu e della Commissione europea. Nonostante tutti i suoi incarichi, la Sabbadini non ha mai smesso di occuparsi anche di condizioni e qualità della vita delle donne.  


Sabbadini, perché le donne incontrano - ancora oggi - così tanti ostacoli all'inserimento nel mondo del lavoro?
"I fattori sono molteplici. Complessivamente, nel 2013 è stato registrato quasi mezzo milione di occupati in meno rispetto al 2008. E il solo 2013 è stato peggio del 2009. Tuttavia, le donne hanno tenuto più degli uomini. Ma ciò è successo perché le donne sono molto meno inserite in settori quali industria e costruzioni che hanno pagato maggiormente la crisi".

 

Sono state registrate talune dinamiche positive?

"Nei servizi alle famiglie sì. Le assistenti ad anziani, soprattutto immigrate, hanno tenuto bene. E' l'unico settore, quello delle famiglie, che ha mantenuto un segno positivo durante la crisi. E poi c'è stato l'innalzamento del tasso di occupazione per le ultracinquantenni, che ha aumentato la permanenza sul mercato del lavoro delle donne di queste età.. Non si tratta, insomma, di nuove lavoratrici, ma di di donne che già lavoravano che hanno dovuto prolungare la propria permanenza sul luogo di lavoro".

Gap geografici: differenze tra nord e sud del Paese?
"Al sud la dinamica occupazionale è peggiore che al nord. E' sempre stato così, però ora è ancora peggio. Ma al sud si sono verificati alcuni fenomeni interessanti che riguardano le donne".

Vale a dire?
"Nel Mezzogiorno, a fronte di uomini capifamiglia che hanno perso il lavoro e che si sono ritrovati costretti a casa, ci sono state parecchie donne che si sono messe alla ricerca di un lavoro al posto del marito o del compagno per far fronte alle gravi criticità familiari. Sono infatti aumentate le donne capofamiglia occupate che si sono accontentate di qualsiasi tipo di lavoro pur di garantire un reddito per la famiglia. Aumento delle occupate immigrate, maggiore permanenza sul lavoro delle ultracinquantenni e riattivazione nella ricerca del lavoro da parte delle donne del sud spiegano quindi la maggiore tenuta dell'occupazione femminile . Anche se le donne hanno pagato un prezzo a tutto ciò: il peggioramento della qualità del lavoro". 

In generale, che ci siano molte donne che svolgono mansioni al di sotto del livello di istruzione raggiunto è un dato di fatto.
"Sì, quello della sovra-istruzione è un altro fenomeno che purtroppo è anche aumentato. Laureate, cioè, che risultano occupate ma che svolgono impieghi per cui la laurea non è affatto necessaria. Inoltre, sono diminuite le professioni tecniche e cresciute quelle non qualificate. E poi è letteralmente esploso anche il part-time involontario".

Part-time coatto?
"Un lavoro a metà tempo che la donna però non vorrebbe fare né ha mai richiesto al proprio titolare. Un part-time di necessità per le aziende, e scelto dalle imprese. In Italia si tratta di una quota doppia rispetto agli altri Paesi europei".

Ma c'è un segmento anagrafico che sta peggio?
"Sì, ed è quello delle giovani, fino a 34 anni di età. Per loro il calo dell'occupazione è continuo dall'inizio della crisi. In questo senso sono colpite come i loro coetanei maschi, e in alcuni casi di più.

Quando si parla di occupazione, per le donne va tenuto conto anche del cosiddetto lavoro di cura.
"Sì, e in questo contesto continua a permanere una situazione che non è più sostenibile. Nell'arco della giornata la percentuale di ore di lavoro di cura assorbita dalle donne sul totale di quella prodotta nella coppia è superiore al 70 per cento. E' un indice che noi monitoriamo ogni 5-6 anni perché si muove con estrema lentezza. Ebbene, i risultati ci dicono che, pian piano, la situazione accenna a migliorare, ma lo fa con tempi molto rallentati".

E dunque cosa accade?
"Che nell'arco di venti anni le donne hanno cominciato a tagliare il numero di ore dedicato al lavoro familiare perché non ce la facevano più. Il miglioramento nell'asimmetria dei ruoli è più dovuto all'azione di taglio delle donne che all'incremento di collaborazione degli uomini. E ciò non va sottovalutato visto che la spesa sociale pubblica sta subendo tagli non indifferenti. Se le donne tagliano sulla cura e così anche il pubblico, che succederà di tutti i segmenti di popolazione che ricevevano la cura e non la riceveranno più? Di quanto aumenteranno la marginalità sociale e la sofferenza? Basti pensare alle difficoltà in cui si trovano le nonne italiane: lavorano più a lungo, hanno spesso un figlio grande a casa che non trova lavoro, e si ritrovano a dover aiutare contemporaneamente nipoti e genitori anziani spesso non autosufficienti. Sono una grande risorsa del Paese, ma rischiano di diventare anche un anello debole della catena di solidarietà. Saranno costrette sempre di più a dover tagliare le ore di cura". 

Lei intende dire che se tutto deve continuare a stare sulle spalle delle donne, queste non ce la possono fare?
"No, non ce la possono fare. E bisogna prendere coscienza di questo da un punto di vista delle politiche. Il nostro sistema di welfare va rifondato. Non è più pensabile che le donne possano essere il pilastro dell'assistenza nel momento in cui vogliono realizzarsi su tutti i fronti e inserirsi nel mercato del lavoro. E' un cambiamento epocale Non possono avere il tempo che avevano le generazioni delle loro madri o nonne. Bisogna ridare centralità alla cura nelle politiche pubbliche".

Arrivare a redistribuire le ore di cura tra i generi è un'utopia?
"Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. In Italia il percorso che può portare verso una condivisione più simmetrica dei ruoli è, ancora oggi, pieno di ostacoli. Agiscono anche gli stereotipi di genere. I cittadini pensano che, se lavorano entrambi, uomini e donne devono anche dividere equamente il lavoro di cura. Ma a domanda più approfondita ci rispondono che la suddivisione dei compiti nella coppia è equa, quando sappiamo che non è affatto così. In realtà è come se avessero introiettato il modello de facto".

Il modello per cui gli uomini non sono adatti a svolgere lavori domestici?
"Lo ripetono in molti, e in molte. Pensate che solo la metà delle donne si contrappone al fatto che, in periodo di crisi, gli uomini devono avere la precedenza nel lavoro. Il 25%, poi, non prende posizione. Quel che emerge, pertanto, è che il problema risiede nella mentalità anche di una parte delle donne. Nella percezione delle persone, gli uomini devono lavorare e un po' possono occuparsi  della famiglia, ma solo un po'. Viceversa, le donne devono occuparsi della famiglia e un po' possono lavorare. E' il cosiddetto modellobreadwinner modernizzato, cioè il vecchio modello tradizionale di divisione rigida dei ruoli un po' modernizzato: gli uomini tutt'al più aiutano, cosa ben diversa dal condividere. E' necessario liberarsi di questo stereotipo, anche perché i numeri legati all'asimmetria di genere ci dicono chiaramente che stiamo indietro rispetto ai Paesi avanzati, e ciò porta a un forte spreco di capitale umano femminile". 

Donne manager e donne ai vertici della politica: il nuovo governo Renzi si caratterizza per un 50 e 50 di rappresentatività di genere, anche se il grosso delle key position resta in mano agli uomini. Alla guida di talune importanti società a partecipazione pubblica, inoltre, sono state piazzate donne, anche se gli Ad con deleghe di sostanza sono tutti uomini. Passi avanti significativi o si tratta di operazioni di maquillage?
"Passi in avanti assolutamente significativi. Questi atti sono fondamentali. Mai successi. Deve diventare normale che le donne occupino queste posizioni. E' un aspetto simbolico fondamentale. Più diventa la normalità, più sarà di spinta per le donne contro gli stereotipi che le vogliono relegare fuori dal potere. Da anni siamo abituati all'assenza delle donne, e la normalità è sempre stata rappresentata da un monopolio di tipo maschile. Romperlo è un fatto fondamentale per il Paese non solo per le donne. Per questo penso che bisogna continuare così e soprattutto accelerare questo processo. Sono scossoni fondamentali. Le donne così avranno la possibilità di dimostrare che valgono, contano, incidono anche facendo massa critica con le altre. E sarà il Paese ad avvantaggiarsene, è un elemento di innovazione sociale fondamentale. Una opportunità da cogliere al volo, da non perdere".

Non crede che la necessità di introdurre quote di genere - se ne è discusso tanto anche nell'ambito della riforma elettorale - per affermare la presenza femminile altro non sia che uno svilimento della donna medesima?
"Niente affatto. Le quote di genere possono servire a innescare un circolo virtuoso, e a rendere normale, e non più una eccezione, ciò che non rientra nelle nostre abitudini. La visibilità è un fattore cruciale. Il cambio di rappresentanza nel governo - come anche nel parlamento e nei cda delle imprese in virtù di un meccanismo normativo  -  può essere  utilissimo a dare la spinta e a rompere un monopolio che si è autoriprodotto per cooptazione e non in virtù del merito per anni. Ne guadagnerà tutto il Paese. E poi, mica è detto che dobbiamo mantenere per l'eternità queste misure. Si possono introdurre in una fase transitoria per ripristinare l'equilibrio. Poi non ce ne sarà più bisogno. Credo fortemente nella capacità creativa e innovativa delle donne, la fatica è tanta, ma ce la faremo".

Fonte: Repubblica